Da un’analisi è emerso che solo il 14% del totale delle attività imponibili globali relative alle criptovalute su blockchain rientra nella nuova rete fiscale globale, che entrerà in vigore nel 2027. I paesi europei rappresentano la quota maggiore, mentre l’attività imponibile della Cina è inferiore a un quinto di quella degli Stati Uniti.
Un’enorme lacuna nella rete fiscale globale sulle criptovalute; in Cina le criptovalute soggette a tassazione rappresentano solo un quinto di quelle statunitensi

Punti chiave
- Si stima che solo il 14% dell’attività globale imponibile relativa alle criptovalute su blockchain rientri nell’ambito di applicazione del CARF.
- L’attività sui DEX, i trasferimenti P2P e le transazioni in autocustodia esulano in gran parte dall’ambito di applicazione del CARF.
- L’estensione degli obblighi di segnalazione fiscale relativi alle criptovalute potrebbe inoltre comportare notevoli rischi per la privacy e la sicurezza.
Lo scorso anno, l’attività globale potenzialmente imponibile relativa alle criptovalute su blockchain ha superato i 457 miliardi di dollari, secondo quanto riportato dall’azienda di analisi blockchain Chainalysis nel suo ultimo rapporto. Di questa somma, 125,1 miliardi di dollari sono attribuibili ai paesi europei, 112,6 miliardi di dollari agli Stati Uniti e 21 miliardi di dollari alla Cina, dove il trading di cripto-asset sul territorio nazionale è vietato.
Queste cifre, che si stima rappresentino un limite minimo, includono i guadagni attribuiti agli exchange centralizzati e decentralizzati; i proventi derivanti da mining, staking, prestiti e gioco d’azzardo; e i pagamenti denominati in criptovalute. Per quanto riguarda la Cina, invece, a causa del divieto di trading, è difficile stimare l’attività complessiva degli utenti cinesi, poiché le transazioni vengono trasferite all’estero.
Un vuoto dell’86%
In entrambi i casi, secondo gli analisti, il CARF (Crypto-Asset Reporting Framework), il quadro di riferimento per la rendicontazione delle criptovalute pubblicato dall’OCSE che entrerà in vigore il prossimo anno, copre solo il 14% del totale globale.
«Il restante 86% — che comprende l’attività sui DEX, i trasferimenti peer-to-peer, i flussi di reddito on-chain e i pagamenti — non rientra nell’ambito di applicazione pratico del quadro», ha affermato Chainalysis, che fornisce strumenti di monitoraggio dell’attività on-chain a governi e aziende.

Il CARF, progettato per fungere da strumento di individuazione dei rischi fiscali, si applica solo agli exchange centralizzati, ai broker, ai rivenditori e ad alcuni fornitori di wallet. Almeno 46 paesi si sono già impegnati ad attuarlo nel 2027 e ad avviare la raccolta delle informazioni sugli utenti di cripto-asset, condividendole con altre giurisdizioni. Altri 29 paesi dovrebbero unirsi al gruppo nel 2028, mentre gli Stati Uniti aderiranno nel 2029.
Cosa rimane ancora nascosto
Gli analisti on-chain hanno affermato che il CARF non rileverà la maggioranza assoluta dei redditi imponibili legati alle criptovalute, poiché le attività sugli exchange decentralizzati, i trasferimenti peer-to-peer, le attività di auto-custodia, i premi di mining, i rendimenti da staking, i redditi da prestiti e molti pagamenti per beni e servizi non rientrano in questa rete.

Inoltre, gli exchange non dispongono di informazioni sulle criptovalute acquisite altrove, il che rende difficile un calcolo accurato di plusvalenze e minusvalenze, mentre non tutti i paesi parteciperanno al CARF. Inoltre, il quadro normativo potrebbe indicare all’agenzia delle entrate a quale prezzo una persona ha venduto le proprie criptovalute, ma non quanto ha pagato per acquistarle, rendendo complicato il calcolo del profitto.
Tuttavia, il CARF non è l’unico tentativo recente di migliorare la riscossione delle imposte relative alle criptovalute. Nell’UE, dove la direttiva DAC8 è entrata in vigore lo scorso gennaio, gli exchange di criptovalute stanno già raccogliendo i dati personali sensibili dei propri clienti e inizieranno a condividerli con le autorità fiscali nazionali nel 2027.
I pericoli potenzialmente letali delle fughe di dati fiscali
La lotta all’evasione fiscale è un’arma a doppio taglio, poiché mette a rischio anche i possessori di cripto-asset. Quest’estate, l’exchange dedicato esclusivamente al bitcoin Bull Bitcoin ha avviato una battaglia legale in Francia nel tentativo di far annullare il decreto che recepisce la DAC8 nella legislazione locale. Secondo l’exchange, che sviluppa anche il popolare portafoglio bitcoin Bull, dotato di numerose funzionalità volte a rafforzare la privacy, la direttiva UE crea «un’enorme trappola internazionale di dati finanziari che collega le identità legali delle persone, i loro indirizzi di residenza e le loro attività nel mondo delle criptovalute, incluse informazioni che non hanno alcuna rilevanza ai fini fiscali».
La Francia è diventata tristemente famosa per il maggior numero di aggressioni fisiche ai danni dei possessori di bitcoin e altre criptovalute, fenomeno facilitato anche dalle fughe di dati personali da parte dell’autorità fiscale nazionale. Nei primi otto mesi di quest’anno, secondo la banca dati pubblica degli attacchi fisici registrati ai danni dei possessori di cripto-asset, si sono verificati 36 episodi, ovvero il 64% in più rispetto all’intero 2025. Il numero è probabilmente più elevato, poiché non tutti gli attacchi vengono denunciati alla polizia e/o resi pubblici.
Questo articolo è stato tradotto dall'inglese tramite IA. La versione originale in inglese è la fonte autorevole; le traduzioni automatiche possono contenere imprecisioni, in particolare nella terminologia legale e normativa.












