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Jim Cramer definisce il mercato “deprimente” mentre il petrolio, i dazi e l’atteggiamento restrittivo della Fed scuotono Wall Street

"Un mercato davvero difficile in questo momento", ha affermato Jim Cramer il 21 luglio, descrivendo il clima a Wall Street, con i prezzi del petrolio, l'incertezza sui dazi e una Federal Reserve più restrittiva che pesano sui titoli azionari.

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Jim Cramer definisce il mercato “deprimente” mentre il petrolio, i dazi e l’atteggiamento restrittivo della Fed scuotono Wall Street

Punti chiave

  • Il 21 luglio Jim Cramer ha definito il mercato «disastroso» a causa delle pressioni esercitate dal petrolio, dai dazi e dalla Fed.
  • Il greggio WTI ha registrato un balzo del 9,4% a 78,14 dollari al barile dopo che Trump ha reimposto il blocco dello Stretto di Hormuz.
  • La Fed mantiene i tassi tra il 3,50% e il 3,75%, con metà dei funzionari favorevoli a un rialzo entro la fine dell’anno.

Non è la prima volta che ricorre a quella parola

Il commento di Cramer non è uno sfogo isolato, dato che a marzo aveva usato un linguaggio quasi identico, dicendo ai telespettatori del suo programma «Mad Money» che era stata «un’altra settimana miserabile» per il mercato, spiegando:

«Sono passate quattro settimane dall’inizio della guerra ed è stata davvero una situazione terribile».

Lo sfogo è arrivato nel bel mezzo del conflitto con l’Iran, ancora in corso (e apparentemente senza fine), che inizialmente aveva spinto al rialzo i prezzi del petrolio, trascinando al ribasso i titoli tecnologici. Quattro mesi dopo, lo stesso conflitto di fondo è ancora la forza dominante che lo spinge a descrivere nuovamente il mercato come miserabile.

Questa ricorrenza la dice lunga tanto sul conflitto irrisolto quanto sullo stesso Cramer. Il suo avvertimento di marzo secondo cui «la storia degli shock petroliferi è costellata di mercati ribassisti» si è rivelato un consiglio valido per tutta un’estate caratterizzata da ripetute tensioni in Medio Oriente, ognuna delle quali ha scosso i mercati seguendo uno schema simile: picchi del petrolio seguiti da vendite massicce di azioni.

Lo shock petrolifero alla base del clima di mercato

Il fattore scatenante immediato della volatilità di luglio risale alla decisione del presidente Trump di reimporre un blocco navale all’Iran attraverso lo Stretto di Hormuz, una via navigabile che trasporta circa un quinto del petrolio mondiale. Il greggio West Texas Intermediate (WTI) ha registrato un balzo del 9,4%, chiudendo a 78,14 dollari al barile sulla scia della notizia: si tratta di una delle oscillazioni giornaliere più marcate registrate dalla materia prima da inizio anno.

Trump aveva inizialmente richiesto una tassa del 20% su tutte le merci trasportate attraverso lo stretto sotto la protezione degli Stati Uniti, per poi abbandonare tale richiesta a favore di impegni di investimento alternativi da parte degli Stati del Golfo.

Questo tipo di inversione di rotta politica è diventato una caratteristica ricorrente dei mercati di quest’anno, con i prezzi del petrolio che salgono a ogni nuova minaccia di blocco e ritracciano parzialmente ogni volta che le tensioni si allentano. Cramer ha inoltre sottolineato come gli aumenti dei prezzi legati ai dazi aggravino la situazione dei consumatori a basso reddito, già alle prese con un’inflazione persistente.

Una Fed più restrittiva aggrava la pressione

La politica monetaria ha offerto scarso sollievo, dato che la Federal Reserve ha mantenuto il tasso obiettivo tra il 3,50% e il 3,75%, e il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, ha allontanato la banca centrale dalle indicazioni prospettiche su cui gli investitori facevano affidamento, orientandosi invece verso un approccio puramente basato sui dati.

Circa la metà dei funzionari della Fed ritiene ora che potrebbe essere necessario almeno un aumento dei tassi di un quarto di punto prima della fine del 2026, un notevole ribaltamento rispetto alle aspettative di tagli dei tassi che dominavano il dibattito di mercato all’inizio del ciclo.

Cramer aveva segnalato questo cambiamento appena il giorno prima, dicendo ai telespettatori che era giunto il momento di guardare oltre i titoli tecnologici, poiché l’incertezza legata all’intelligenza artificiale aggiunge un ulteriore livello di rischio a quello già derivante dal quadro del petrolio e dei tassi. Ha inoltre indicato l’innalzamento dei tassi come un freno specifico per singoli titoli, descrivendo Home Depot come una splendida «casa» intrappolata in un terribile «quartiere» caratterizzato da elevati costi di finanziamento che continuano a esercitare pressione sui settori sensibili ai tassi, come quello immobiliare e quello del commercio al dettaglio.

Il Bitcoin trascinato dalla stessa corrente

Il commento di Cramer sulle criptovalute ha subito forti oscillazioni nel corso degli anni: dopo aver definito il bitcoin “un vincitore” da preferire alle azioni di Strategy, è poi diventato completamente ribassista, chiedendosi dove fossero finiti i rialzisti dell’asset mentre questo faticava a rimanere sopra gli 80.000 dollari. La sua definizione di situazione “disastrosa” a livello di mercato questa volta non riguardava specificatamente il bitcoin, ma l’asset è stato scambiato nello stesso contesto di avversione al rischio, passando di mano a circa 65.000 dollari il 20 luglio in quello che gli analisti hanno ampiamente descritto come un periodo misto e privo di direzione per i prezzi delle criptovalute.

L’andamento a breve termine del sentiment dipenderà probabilmente dal fatto che la tensione nello Stretto di Hormuz si plachi o provochi un altro picco dei prezzi del petrolio, e da come verrà interpretata la nuova comunicazione della Fed, basata sui dati, durante la sua prossima riunione di politica monetaria. Trump ha già cambiato rotta una volta sulla questione dello stretto nel corso della stessa settimana, a ricordarci che la componente geopolitica di questa equazione può mutare nuovamente senza preavviso.

Questo articolo è stato tradotto dall'inglese tramite IA. La versione originale in inglese è la fonte autorevole; le traduzioni automatiche possono contenere imprecisioni, in particolare nella terminologia legale e normativa.